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Cuneo Tenda Ventimiglia Nizza |
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Ettore
Giovanni May |
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Ludovico II sposa Margherita di Foix |
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Arte e fede |
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Le radici cristiane dell'Europa |
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Ernesto Bertea |
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Una panoramica di alto profilo nelle sculture
di Palazzo Vittone |
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Il Cristo della “Via Crucis” |
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Edoardo
Calosso |
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Le meridiane |
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Saper
"leggere" l'opera d'arte |
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I meteoriti |
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Il tiglio
argentato |
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Ciro Cirri |
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Giovanni Canavesio |
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L'arte sacra contemporanea |
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Il patrimonio di
Palazzo Vittone |
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Nel
1856 i primi studi per la costruzione
Cuneo Tenda Ventimiglia Nizza
La ferrovia alpina quasi leggendaria tra illusioni e speranze, favola di
una generazione
Viaggio inaugurale nel 1928. La dinamite nel 1945 e finalmente nel
1978 via libera |
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All’inizio del secolo
scorso era in funzione la Cuneo-Tenda fino a Vievola. A tratti si
completarono via via i percorsi ferroviari, le stazioni, gli
impianti. Sospensione dei lavori durante la prima guerra mondiale.
Il ventotto ottobre, anniversario della marcia su Roma, avveniva
l’inaugurazione dell’intera linea Cuneo-Tenda-Ventimiglia. Correva
l’anno 1928.
Quel percorso elicoidale faceva invidia alle ferrovie svizzere di
montagna. Gioiello di ingegneria e di tecnica ferroviaria alpina: 45
chilometri di strada ferrata con 80 gallerie, 407 viadotti, una
pendenza del 25 per mille; erano costati allo stato 86 milioni di
lire.
La ferrovia restò in funzione, soltanto inattiva nella seconda
guerra mondiale. Bombe sparate dai cannoni e sganciate dagli aerei
non produssero poi gravi danni. Fu invece la dinamite dei tedeschi
in fuga, nell’aprile del 1945, a far crollare quel gioiello di
strada ferrata alpina.
Cuneo ha sempre avuto una vocazione trans-frontaliera. Sentiva
vicina la côte d’Azur, voleva il collegamento con il Ponente
ligustico, già sentiva un avvenire europeo, quindi non poteva
rinunziare a quella prestigiosa infrastruttura ferroviaria.
Quelle macerie, quei buchi provocati dai cannoneggiamenti nelle
stazioni, i tronconi dei viadotti e dei ponti sbrecciati dalle mine,
avevano qualcosa di spettrale, quasi a ricordare a quanti
percorrevano in auto la tortuosa e pittoresca valle del Roja, che la
guerra era passata orrendamente laggiù sotto la Val des Merveilles.
Ai cugini francesi interessava poco o nulla la ricostruzione, tant’è
che in termini di argent cacciarono poi ben poco. Con il trattato di
pace la val Roya se l’erano accaparrata, tutta. Forse, erano più
interessati i monegaschi che salendo in treno da Nizza, via Breil,
avrebbero raggiunto le stazioni sciistiche di Limone Piemonte.
La direzione generale delle ferrovie manifestava diniego ad una
proposta della NATO di ricostruire a proprie spese la ferrovia,
mentre una società per azioni degli enti cuneesi era ignorata dal
governo centrale. Finché, nell’anno 1960 arriva il direttore
generale delle ferrovie che pare convincersi della bontà di
ricostruire.
Da parte francese, pur stanziando il governo 6 milioni di franchi
(che era poi tutto il loro apporto), serpeggiava una sorta di
ruggine politica con l’Italia.
Storia di speranze ed illusioni che era durata fin troppo. Intoppi
burocratici, studi e progetti che si insabbiavano, fine legislatura
che bloccava tutto.
Venne l’estate del 1967. E Cuneo gioì perché il parlamento aveva
approvato la legge Bertone, senatore di Mondovì, progetto di legge
autorizzante la ricostruzione della ferrovia con uno stanziamento di
ben cinque miliardi di lire.
Il settimanale di Cuneo scriveva che: “la lunga attesa è finita”
(1967), la Stampa (1970): “finisce una leggenda”, la gloriosa
Gazzetta del Popolo (1972): “la Cuneo-Nizza favola di una
generazione”.
La macchina della burocrazia statale, pur con enorme lentezza, si
era mossa, mentre i governi, le commissioni parlamentari, i
parlamenti, portavano all’approvazione – con altrettanta… celerità
-, convenzioni, ratifiche, disegni di legge.
Il 1975 segnò l’inizio dei lavori che non vennero più interrotti
quando, da parte italiana, c’erano già i locomotori diesel
elettrici.
Cuneo non sarebbe più stata accantonata da quello che allora si
definiva il “triangolo industriale”.
Anno 1978: viaggio inaugurale con littorine tirate a lucido,
bandiere e festeggiamenti in tutte le stazioni sul versante italiano
e quello francese, scolaresche festanti, bande musicali, sindaci e
autorità locali in pompa magna. I titoli sui giornali si sprecarono,
ed era anche logico.
Orgoglio e generosità di un comprensorio perseguitato dall’oblio,
che usciva dall’isolamento. Quell’indicazione semaforica della
fontana sulla piazza della stazione di Cuneo indicava
definitivamente il “via libera”. |
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J. G.
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Alla
Castiglia di Saluzzo
Ludovico II sposa Margherita di Foix
Guerre e maneggi verso il declino del marchesato |
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Estinto il ramo degli
Acaja, Amedeo VIII aveva riunito il principato di Pinerolo alla
Savoja. Corte, organismi governativi, poteri del piccolo stato
trasferiti a Torino. Nella metà del 1400 Pinerolo soffre le
dominazioni straniere. Angherie, saccheggi, vessazioni degli
occupanti, carestie, persino invasioni di cavallette che divorano le
messi distruggendo i raccolti delle fertili campagne. Saluzzo
pare godere tempi sereni. È il marchesato di Ludovico II che ha
feudi e comuni dalle vallate a Carmagnola e terra di Langa. Il
marchesato guarda alla Francia, quasi che il Monviso e le Alpi Cozie
siano ideali sentinelle comuni.
La Castiglia ospita nobili, gente di cultura, artisti e giullari.
Vedovo di Giovanna di Monferrato, Ludovico si sente un po’ solo,
mentre Amedeo di Savoia ha spesso le armi in pugno minacciando
Saluzzo, il cui marchese invoca la dipendenza dei suoi domini e
blasoni dalla corona di Francia.
Ed è proprio oltralpe che il marchese Ludovico manda un messo di
rango. Il drappello di cavalli e cavalieri scavalca le Cozie,
attraversa la pianura di Provenza per raggiungere la contea di Foix
ai piedi dei Pirenei in un lungo e sfiancante viaggio tra impervi
valichi e mulattiere con il rigore dell’inverno e assalti di
banditi. Lo scudiero reca una procura di Ludovico per Gastone di
Foix, fratello e tutore della bella, giovane, soave Margherita che
sogna un ricco e potente nobile in sposo (lui ha 50 anni, lei 18).
La posizione geografica di Saluzzo e la tutela francese sul
marchesato sono importanti. Sennonché affiorano motivi di dubbio ed
ostacoli anche politici: il consenso alle nozze del re di Francia,
la dote di 20 mila scudi d’oro: tutto è superato. Margherita di Foix
sale alla Castiglia, austero castello ingentilito da dipinti e
ristrutturato per accogliere degnamente l’affascinante promessa
sposa. Le auguste nozze si celebrano sul finire del 1492 e
Margherita è marchesa di Saluzzo, madre di cinque figli maschi. Si
interessa degli affari del marchesato, degli aspetti culturali:
ospita artisti, letterati e religiosi, fa costruire chiese, protegge
monasteri e congregazioni.
Il maturo sposo muore il 27 gennaio 1504 a 65 anni, di ritorno da
Genova presso i Fieschi. Nel marchesato è la fine di momenti felici.
Il grande fervore religioso aiuterà Margherita nella cristiana
rassegnazione. Affronta decisa i problemi di natura economica,
risolve i giochi di potere ed i subdoli maneggi dei consiglieri,
esercita l’autorità della reggenza.
Il forte desiderio di istituire in Saluzzo una sede vescovile per
dare smalto al marchesato, ma soprattutto per dimostrare al papa il
suo fervore di donna profondamente credente, sprona Margherita a
fare la guerra ai valdesi insediati da tempo nelle vallate del Po e
del Pellice fino a Barge e Bricherasio. Confisca di beni, roghi,
condanne, rabbia e terrore, ruberie ed uccisioni gettano disdoro
sul marchesato dal 1510 al 1513.
Gio Andrea Saluzzo di Castellar, fedele di Ludovico II, che
partecipa in prima persona alle persecuzioni usufruendo degli
introiti della confisca dei beni dei valdesi, il predicatore
inquisitore padre domenicano Ricciardino, recano un perfido servizio
al marchesato. Regista occulta la marchesa, con quel Francesco
Cavassa, vicario generale, abile nella gestione del potere e – pare
– fin troppo affettuoso cortigiano di Margherita. È già cominciato
il declino. |
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p.c.g.
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Le
radici cristiane dell'Europa |
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Com’è noto, nel corso
del lungo e difficile processo di elaborazione della nuova
Costituzione dell’Europa unita, molte voci avevano chiesto che nella
definizione dei principi generali si inserisse anche un esplicito
riferimento alle radici cristiane come componenti dell’identità
europea. Peraltro, nella stesura definitiva del testo, il preambolo
contiene una generica ispirazione “ai retaggi culturali, religiosi e
umanistici” comuni agli Stati membri.
Ciò si può spiegare con un voler ribadire il carattere laico della
Costituzione (o forse per non creare problemi pregiudiziali ad un
futuro ingresso della Turchia, islamica sebbene non fondamentalista).
Eppure non è possibile negare all’Europa intera una sostanziale
comunanza di fattori storici, culturali e sociali permeati dal
cristianesimo. Questa caratteristica è anche visibilmente espressa
dalla croce riprodotta sulle bandiere di molti Stati europei, anche
non presenti nell’UE: Islanda, Norvegia, Finlandia, Danimarca,
Svezia, Regno Unito, Svizzera, Grecia, Malta. Persino la Riforma
Protestante, che coinvolse l’intera Europa centro-settentrionale,
nacque nell’ambito del cristianesimo; e nel Seicento una guerra
trentennale fra protestanti e cattolici diede un connotato
particolare all’intera storia europea. L’indipendenza di nazioni
come i Paesi Bassi e la Svizzera ebbe origine da contrasti
politico-religiosi tra sovrani e sudditi. E fu ancora la minaccia
turca alla cristianità nei Balcani che spinse all’unione principi di
fede diversa, ma pur sempre cristiana per fermare l’espansione
dell’Impero Ottomano e respingerlo verso l’Asia. Tacere quindi
sull’importanza del cristianesimo nella storia d’Europa non basta a
cancellare le radici. |
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Fernando Martoglio
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Una
panoramica di alto profilo nelle sculture di Palazzo
Vittone |
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Se sono i “buoi” di
Ernesto Bertea, in pittura, ad immetterti nell’atmosfera della
Pinacoteca di Palazzo Vittone, per la luce e la suggestiva
profondità, certamente è la “Ballerina” adolescente nel bronzo di
Piero Brolis, modellata nel 1962, ad accoglierti all’ingresso e a
farti sentire subito coinvolto dalla magia dell’arte. E se le tele
stemperano qua e là un mondo policromo, sono le sculture a farti
sentire la forza e la poesia che emanano dai bronzi, dai marmi e dai
gessi. Mani d’artista hanno plasmato la materia con vigore e con
delicatezza l’anatomia umana, i segni dei volti, il rigore di una
tensione, la pacatezza dei sentimenti.
A Palazzo Vittone ti guardano un severo Garibaldi, prestigioso gesso
di Leonardo Bistolfi (1912), la spiritualità di una suorina, “fiore
mistico”, nella creta di Davide Calandra (1884).
Ti colpisce la forza del bronzo dorato di Lello Scorzelli che ritrae
Renato Guttuso (1956), sembianze ammirate alla 28. Biennale di
Venezia, e il volto di Eugenio Montale dello stesso incomparabile
artista.
Di Piero Brolis emblematica è quella donna martire, personificazione
della nazione “Ungheria 1956”, e lo scattante cavallo in corsa
(1947), e quel volumetrico toro (1960), mentre la poesia sussurrata
torna nel marmo bianco con il ritratto della moglie Franca.
Il “Giovanni XXIII” di Floriano Bodini (1963) è di una forza
interiore straordinaria per quel modellato a tutto tondo ricco di
contrasti chiaroscurali, così la personalissima “Annunciazione”
(1966) di Sandro Cherchi in altorilievo.
Umberto Mastroianni dà un saggio di essenzialità formale in quel
volto maschile del 1956; Cirillo Grott è drammatico nei “minatori”
del 1967; delicatissimo il “torso” di Gian Carlo Frison; parlanti i
vari “ritratti” di Achille Guzzardella; sofferente il “pugile” di
Giovanni Taverna (1967), così l’intenso ritratto di May modellato da
Ugo Librè tra il 1923 e il 1924.
E la “città” in plexiglass di Riccardo Lanza? E Pericle Fazzini nel
bozzetto bronzeo del celebre “Risorto” (1971)? E Virginio Ciminaghi
in quell’Ultima Cena (1965), così astratta e meta-fisica? La
“libertà” in lanciata tensione nel bronzetto
di Augusto Murer (1974)? Ancora la composta terracotta di Sergio
Unia nella “ragazza con treccia” (1994); l’ispirata “Annunciata” di
Vittorio Buset; il sinuoso “paliotto” di Guido Lodigiani, tra figure
e simboli; la ceramica vivace di un fantasioso creativo come Renzo
Igne; i rilievi sacri di Ettore Calvelli e di Alessandro Verdi. La
suggestiva “aratura” di Elio Garis (1994) e la “Madonnina” di
Roberto Terracini (1959), e poi ancora i medaglioni di Messina, di
Greco, di Minguzzi e di Manzù; la grande terracotta articolata con
la “presentazione al tempio” di Mario Rudelli; le numerose medaglie
e placchette di Enrico Manfrini, amico recentemente scomparso,
presente anche con tre rilievi bronzei dorati di alto pregio con la
sensibile “Natività”, la “Famiglia” e una “croce istoriata”.
Già abbiamo accennato al cavallo di Brolis, ricordiamo inoltre la
bella testa di stallone di Sandra Baldoni e la famosa impennata di
Gennaro Salvi.
Nell’ampia e qualificata panoramica nazionale della scultura alla
Collezione civica d’Arte di Palazzo Vittone un rilievo particolare
assume la presenza eccellente di Luigi Aghemo (1884-1976),
pinerolese d’elezione, qui con la celebre “Maschera di ferro”
bozzetto in gesso-patinato del monumentino di San Maurizio, una
grintosa contadina, un’incantevole silhouette femminile dal gusto
liberty (l’Anima), “Cristo sulle acque” e “don Bosco” nella sezione
d’arte religiosa. In un prossimo futuro sarà interessante
ricostruire l’ambiente di studio di questo artista, dove sono nate
queste (e altre) creature, con i trespoli, i ferri del mestiere … i
gessi, bozzetti e bronzetti. Una lezione memorabile per i posteri.
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Mario Marchiando
Pacchiola
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A
ottanta anni dalla morte
Edoardo
Calosso
Ritrattista insigne |
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Era di pomeriggio, il 24 settembre del 1923, intento al
lavoro di cavalletto, il ritratto del vescovo Bartolomasi, quando
per aneurisma alla regione del cuore il pittore Edoardo Calosso
lasciava cadere per sempre il pennello dalle sue feconde mani. Era
nato a Torino nel 1856 e venne a Pinerolo nel 1901 per lavorare al
“Battesimo di Cristo” della Chiesa cattedrale. A Pinerolo si stabilì
in seguito.
Lo si ricorda come uomo popolarmente gioviale ed ottimista. Anche l’on.
Luigi Facta partecipò ai suoi funerali, forse anche memore di
quando, dalla sua casa in piazza Firenze, quasi di fronte a San
Rocco, vedeva il pittore seguire le fasi della decorazione della
facciata della chiesa (1906) o sedere all’angolo della Trattoria del
Gallo con accanto il prediletto bicchier di vino.
Calosso non è stato quel pittore “improvvisato” ed estemporaneo, del
dilettante divenuto professionista. E’ stato un uomo innamorato
dell’arte, formatosi all’Accademia Albertina, alla scuola di ornato
(decorazione). Epoca che vedeva la frequenza di Luigi Morgari e di
Giacomo Grosso, e di Andrea Gastaldi e Celestino Gilardi, questi due
come insegnanti.
Lavora in alcune chiese a Torino, a Giaveno, a Villafranca. A
Pinerolo risiede in via Buniva 3 e diviene amico della famiglia del
fotografo Tavera.
Fu pittore apprezzato dai contemporanei, “ritrattista insigne” come
lo definisce la lapide mortuaria, ora allogata in Pinacoteca,
nell’epigrafe di Luigi Luciano, e proprio a questa specialità gli si
deve l’ammirazione dei posteri. Un ritrattista indiscusso che lo fa
avvicinare al ben più celebre e fortunato Giacomo Grosso, dominatore
incontrastato di un certo gusto per il ritratto nella “Torino bene”
di quegli anni (1910-1920). La “Pinerolo bene”, e anche quella più
modesta, si affida al pennello del buon Calosso: nasce una ridda di
volti femminili e maschili (avvocati, generali, prelati …) che nulla
hanno da invidiare quelli del noto Grosso. Si accontentava Calosso
di un piatto di lenticchie, e Timbaldi in un ritratto letterario
originale lo definisce “un Rodolfo fuori dalla scena”, ricordando la
miseria nelle soffitte di Parigi cantata da Puccini in “Bohéme”.
Dal lato mercantile fu pittore poco fortunato, senza clamore. Dal
lato artistico fu grande e, nel panorama delle arti di quegli anni
primi del secolo ventesimo a Pinerolo, ineguagliabile.
Alcuni segni della sua mano e della sua tavolozza hanno preso giusta
dimora nelle aule della Collezione di Palazzo Vittone.
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Mario Marchiando Pacchiola
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I 25 anni della Pinacoteca di Palazzo
Vittone
Saper "leggere" l'opera d'arte
Un sussidio didattico per i visitatori di tutte le età |
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Con un incontro tra i Musei delle Montagne Doc (Val Susa e
Pinerolese) la Collezione civica d’arte di Pinerolo ha voluto
avviare le manifestazioni del venticinquesimo dalla sua apertura.
Momento utile e qualificante per dimostrare che “nessuno è
un’isola”, ma fa parte, nel nostro caso, d’un territorio con altre
realtà regionali,e mi spingerei ad affermare anche “nazionali” da
quando anche riviste specializzate hanno collocato la nostra
Pinacoteca tra quelle “da vedere”. Ma, vedere cosa come? La
domanda ha già una risposta nello Speciale Quaderni “L’arte
mostrata”, scritto da Laura Marchiando Pacchiola, che dà significato
alla lettura delle immagini in pittura, grafica, scultura, raccolte
a Palazzo Vittone.
Un metodo, un aiuto didattico per avvicinarsi all’opera d’arte, alla
percezione visiva: un modo né freddo, né noioso per arricchire il
nostro gusto estetico, per discernere, e nello stesso tempo fornire,
specialmente alla scuola (dalle medie alla … terza età) una serie di
proposte concrete di lavoro.
Conoscere e far conoscere attivamente la Collezione fa parte di
quella valorizzazione dei beni culturali inserita non solo nei
programmi scolastici, ma nel quotidiano di ognuno, per scoprire
anche qualche tesoro.
Non vuole essere una sorta di apologia della nostra Raccolta, ma «
un richiamo al valore del locale e del “provinciale” – scrive
l’autrice – così ancora troppo sovente guardato con sufficienza e
sospetto ».
Il Quaderno presenta la lettura tipo di un’opera come il contenuto,
le linee, il colore, la luce e l’ombra, la struttura della
composizione, la percezione dello spazio, il materiale, la tecnica.
Richiede le impressioni del visitatore, propone percorsi a tema, dal
ritratto in pittura e in scultura, al paesaggio, alla figura umana
(il nudo), il sacro e il simbolo, la guerra e la violenza, la pace …
la natura silente, il segno grafico. Osservo e descrivo, mi immergo
nell’opera e rifletto.
Una serie di proposte (alcune opere significative della Collezione
riprodotte a mo’ di figurine, si potrebbe dire “imparo giocando”…)
dà il taglio alla lettura di approfondimento: dai volti di Calosso,
Grosso, May, al paesaggio di Bertea, di Prato, di Mattanà; dai nudi
di Felice Carena a quelli di Barabino; dal sacro di Pietro Favaro ai
santi di Spazzapan, dalla guerra di Morando alle pietà di Baretta e
di Brolis; dalle nature morte di Bertello in bianco-nero ai freschi
fiori di Faraoni, ai simboli di Paschetto e di Nelva, ai segni di
Longaretti. Dalla grande scultura di Davide Calandra e di Cherchi a
quella medaglistica di Emilio Greco, Bodini, Manfrini, Manzù:
bronzo, marmo, terracotta. Tra ‘800 e ‘900 e contemporanei.
Un sussidio utile perché tutto resti nella memoria dei nostri occhi.
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Laura Marchiando Pacchiola: “L’arte mostrata”. Ed. i Quaderni della
Collezione civica d’arte di Palazzo Vittone, Pinerolo |
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m.m.p.
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Pianta maestosa in piazza
fontana a Pinerolo
Il
Tiglio argentato |
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Pinerolo, piazza Fontana: così è chiamata dai Pinerolesi
piazza Vittorio Veneto, centro delle passeggiate dei cittadini e del
mercato. Tale bellissima piazza è contornata, sui quattro lati, da
filari di Tiglio argentato (tiglia tormentosa). Il nome gli deriva
dal fatto che la pagina inferiore delle foglie è bianco argentea per
la presenza di una corta lanugine. È un albero, in pieno campo, dal
portamento maestoso e la cui chioma, soprattutto negli esemplari
isolati, assume una forma tondeggiante, spesso fatta come un cuore
con la punta rivolta verso l’alto.
Il tronco ha una corteccia grigio scura che si mantiene liscia per
lungo tempo e quando, con l’avanzare dell’età della pianta, tende a
fessurarsi, le screpolature sono rade e superficiali.
Le foglie, abbastanza grandi, hanno la forma a cuore con margine
seghettato e robuste nervature.
Le foglie dei ricacci (nuovi rametti) che spesso spuntano ai piedi
del tronco, sono più grandi di quelle della chioma.
I fiori, giallastri e riuniti a ciuffetti protetti da una lunga
aletta, sbocciano verso la fine di giugno e riempiono l’aria del
loro intenso, inconfondibile profumo.
Mentre i fiori degli altri tipi di tiglio sono molto appetiti dalle
api, quelli del Tiglio argenteo pare siano velenosi per l’insetto.
I frutti sono pallini grossi come piselli, che cadono in autunno
ancora attaccati all’aletta protettiva.
Il Tiglio argenteo, quando la sua chioma è mossa dal vento,mette in
evidenza l’argentatura della foglia ed è quindi di grande effetto
nelle alberate cittadine. È però anche molto apprezzata la sua
resistenza alla siccità, che gli permette di sopravvivere anche
quando la pianta è interamente circondata dall’asfalto.
Il Tiglio è una pianta abbastanza sensibile agli agenti inquinanti
e, soprattutto, al sale antigelo che viene sparso sugli scambi delle
rotaie e sulle pedane alle fermate del tram; è infatti proprio in
vicinanza di questi punti che si notano di più piante di Tiglio
sofferenti o morte.
I fiori sono largamente usati in erboristeria per la preparazione di
decotti ed infusi con funzione emolliente e calmante, e sono usati
anche in profumeria.
I semi contengono quasi il 50% di un olio che è simile a quello
d’oliva.
Il legno di Tiglio, per la sua ottima lavorabilità, è molto usato da
scultori ed ebanisti. Va però anche ricordato come il legno con cui
nel passato si costruivano gli arti artificiali e naturalmente anche
le gambe dei pirati ai quali il pescecane aveva lasciato soltanto il
moncherino.
Pensiero: Se curassimo ed amassimo di più le piante, saremmo più
“buoni” anche noi! |
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Prof. Giuseppe Pochettino
Agronomo
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Andiamo
ad incontrare il Pittore Canavesio |
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Ci sono delle date imparate a scuola che non si dimenticano
più; ad esempio il 1492 subito ci richiama la scoperta dell’America
e Cristoforo Colombo. Per gli addetti all’arte, e ai pinerolesi,
probabilmente la data richiama ancora un altro evento: la Cappella
di N.S. del Fontano a Briga e a chi la dipinse, Giovanni Canavesio.
Nuovi mondi e un linguaggio mistico ancora medievale, mentre altrove
già si respirava la novità della Rinascenza.
“Presbiter Johannes Canavesi de Pinerolio”, che già dieci anni prima
a Pigna aveva affrontato analoga tematica, inscena sui muri
l’itinerario della “Passione di Cristo” sottolineato dai cartigli
gotici che funzionano da didascalia, ma con una ricerca iconografica
d’assieme che pone molte scene in una tridimensionalità intuitiva
nella struttura archittonica, teatrale nei movimenti dei personaggi.
Da Pinerolo il pittore aveva percorso in lungo e in largo le alpi
marittime, seminando “la Parola” attraverso l’immagine; lui prete
pellegrino aveva trovato un mezzo, attraverso il dono ricevuto dalla
Provvidenza, per parlare di cose sante alla gente, ai montanari, ai
contadini, agli ultimi, a quelli che non sapevano leggere e
scrivere. Il colore, l’azione, l’incanto della narrazione, i prodigi
di Gesù, ma anche il patimento e la sofferenza, la dolcezza
dell’abbraccio materno ai piedi della Croce, facevano brillare gli
occhi, scendevano in fondo al cuore.
Ma il Canavesio sapeva parlare d’amore evangelico e di bellezza
anche ai dotti, ai ricchi. Lo testimoniano le pale e i polittici
commissionati per rendere più belli e solenni i grandi altari delle
chiese. Lo vediamo nella graziosa “Madonna delle ciliege”, al
Convento di Taggia, tra santi vescovi e padri della chiesa, emergere
dal fondo aureo, o nel polittico di Verderio, proveniente da
Pornassio (1499), con predella, scansioni a sette scomparti, un
vero... paradiso terrestre di personaggi, ritmati da una ricerca
cromatica ora intensa, ora delicata, e poi ancora a Pigna per il
grandioso polittico di San Michele, all’onore delle cronache qualche
tempo fa per un trafugamento, poi rientrato per la godibilità dei
fedeli e degli studiosi.
Si parla spesso di “enigma Canavesio” in quanto la sua produzione,
che va inoltre da Albenga a Triora, da Apricale a S. Etienne de
Tinée, a Peillon per le pitture murali, e per le tavole tra chiese,
musei e raccolte private, dalla Galleria Sabauda di Torino al
Palazzo Bianco di Genova... dalla critica spesso si sono insinuati
dubbi, e la certezza spesso è diventata solo attribuzione, o
addirittura ribaltata a favore di altri artisti. Ma si sa, il
compito di un critico o di uno storico dell’arte è anche questo:
ricercare, confrontare, rapportare ed esprimere una propria
valutazione. È successo e succede anche ad artisti più famosi con
casi che suscitano qualche clamore.
Ciò dice anche che il nostro Canavesio è “studiato”, “considerato”,
esiste sulla mappa. E un invito a percorrere il suo itinerario ci
viene proprio da questo interesse e da questa curiosità di
conoscerlo.
Facciamoci pellegrini tra arte e fede, andiamo ad incontrarlo. |
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M.M.P
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Ernesto Bertea
Paesaggista pinerolese in giro per l’Europa |
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Quando si laurea in giurisprudenza nel 1857, Ernesto Bertea
compie un altro significativo atto: si iscrive come socio al Circolo
degli Artisti di Torino. Ciò può significare, e lo dimostrerà per
tutta la vita, che egli si darà all’arte che già coltivava da anni
nell’animo quando alternava l’Università alla pittura. Gli veniva
incontro un altro avvocato divenuto pittore, Ernesto Allason,
allievo di Carlo Piacenza.
Il Bertea, suggestionato dagli echi della rivoluzione impressionista
francese nascente, inizia a viaggiare per l’Europa: a Ginevra
frequenterà Gustavo Castan e con gli amici ginevrini partecipa alle
gite pittoriche nella valle del Rodano e in Delfinato alla scoperta
di quel “vero” all’aria aperta che aveva entusiasmato anche il
Fontanesi. Parigi è un forte richiamo con i paesaggisti di
Fontainebleau, la cui scuola detta di Barbizon è l’emblema della
protesta contro gli ambienti ufficiali e la giuria del “Salon”.
Conosce l’animalista Troyon; incontra nel Delfinato Alfredo D’Andrade,
un’amicizia duratura che lo porterà al sodalizio della famosa
“Scuola di Rivara” dopo il 1860, con Ernesto Rayper, Carlo Pittara,
Vittorio Avondo ed altri cultori dell’arte.
Se da un lato questi pittori guardano ad un linguaggio paesaggistico
innovativo, sentono anche di valorizzare le antiche pietre delle
case e dei castelli medievali con il loro recupero e il loro
restauro. Bertea farà acquistare dal D’Andrade la “Casa del Senato”
di Pinerolo che regalerà al Comune. Sulle rive del Po nascerà il
Borgo Medievale, fantastico e ideale villaggio dove verrà riproposta
la facciata con le bifore della “casa” pinerolese.
Si intrecciano esperienze: giungono echi di “romanticismo”, di
“verismo”, di “scapigliatura”... le esperienze liguri della Scuola
grigia, dei Macchiaioli toscani, la Scuola di Posillipo, quella di
Pergentina, di Resina... Questi gruppi o scuole si impongono fuori
delle Accademie e ai canoni classici celebrati: è tutto un fervore.
Ernesto Bertea assimila modi e tendenze frutto anche delle tappe dei
suoi viaggi. Si porta il cavalletto, le tavolette e i colori ad
olio: tanti piccoli studi dal vero, alcuni più indugiati altri più
freschi, materiale irripetibile. Circa una quarantina di tavolette,
un vero “corpus”, sono presentate alla Collezione civica d’arte di
Palazzo Vittone di Pinerolo, città dove Bertea nacque nel 1836 e
dove morì nel 1904, dopo una vita attenta alla bellezza e alla
mutevolezza dei paesaggi dove volle immergere la sua anima e la sua
arte. |
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M.M.P
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Il patrimonio
di Palazzo Vittone |
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Dopo una decina di anni dedicati allo studio ed alla
ricerca di opere, la Pinacoteca di Pinerolo, denominata Collezione
civica d’arte di Palazzo Vittone, “vedeva la luce” nel 1978 con
l’apertura al pubblico.
La Cappella dello storico Ospizio dei Catecumeni (progettato da
Bernardo Antonio Vittone, 1740) accoglieva il primo nucleo di
dipinti: le tavolette-studio di Ernesto Bertea, pinerolese, tra i
più illuminati esponenti della Scuola di Rivara, le opere della
donazione Giuseppe Gavuzzi, significative del panorama
ottocento-primo novecento, quali i dipinti di Lorenzo Delleani, di
Andrea Tavernier, di Reycend e di Follini … per arrivare a due
ammirabili pezzi di Felice Carena.
A queste donazioni si sono via via aggiunte firme come Giacomo
Grosso, Angelo Barabino, Cesare Maggi, come Levis, Bussolino, Lupo,
Calderini per arrivare alle sculture di Davide Calandra, di Leonardo
Bistolfi…
Un volume promosso dalla Regione Piemonte “Arte Contemporanea” (a.
2000) (le Collezioni del XX secolo in Piemonte) dedica diverse
pagine alla nostra Pinacoteca. L’autore Francesco Poli, nella scelta
iconografica che correda il magnifico volume, ha scelto quattro
opere rappresentative: Felice Carena con “Bagnanti” (esposto ad una
Biennale veneziana) e “Nudo di Donna”, il Reycend “Meriggio in
dicembre” e i “Santi Cosma e Damiano” di Luigi Spazzapan (esposto ad
una Quadriennale di Roma). Nel panorama piemontese la nostra
raccolta, come si evince dal testo, viene riconosciuta di tutto
riguardo.
Noi vogliamo ricordare altri autori ed altre opere ancora che
costituiscono il patrimonio della Collezione che negli anni si è
notevolmente arricchito come viene presentato dal Catalogo generale
del 1994 (Pinerolo, la Collezione civica d’arte di Palazzo Vittone,
a cura di Mario Marchiando Pacchiola) e dai successivi quaderni
integrativi delle donazioni (1995-2000).
Ancora pittura con Enrico Paulucci, Filippo Scroppo, Morando, May,
Beisone, Michele Baretta, Faraoni fino a Treccani, Longaretti,
Angelo Capelli, senza dimenticare Quaglino, Valinotti, Deabate,
Sandro Mantovani, Caffaro-Rore, Treves, Nastasio, Tolomeo per
approdare alla scultura di Floriano Bodini, Enrico Manfrini, Piero
Brolis, Luigi Aghemo, Roberto Terracini, Renzo Igne, Elio Garis,
Lodigiani Riccardo Lanza, Unia, Lello Scorzelli, Ciminaghi, Murer,
Salvi Guzzardella, di Sandro Cherchi che ha legato il suo
prestigioso nome alla raccolta anche con la donazione dell’intero
corpus incisorio. E ancora Antonio Carena, Ugo Nespolo, Ramella,
Borgna, Tedeschi, Nelva, Venturelli, Dedalo Monatali. Un discorso a
parte merita la promozione della sezione medaglistica con esemplari
di Emilio Greco, Giacomo Manzù, Pericle Fazzini, Ettore Calvelli, di
Minguzzi e Messina: piccoli gioielli, spesso non considerati, ma
autentici capolavori.
La Collezione di Palazzo Vittone vanta tra le sue pubblicazioni (i
Quaderni …) “L’Arte mostrata”. E’ un’originale guida per un
itinerario fra le opere della civica galleria che conferma come un
museo non deve solo conservare, ma deve essere organismo vivo,
presente fra la gente. Per questo anche la promozione, diverse volte
all’anno, di mostre temporanee dedicate ad artisti di sicura fama o
ad artisti emergenti nella contemporaneità, e soprattutto la
Biennale Nazionale su “L’Arte e il Mistero Cristiano”, richiamano
l’attenzione di un pubblico di appassionati e cultori che va oltre i
confini piemontesi.
COLLEZIONE CIVICA D’ARTE DI PALAZZO VITTONE
Orario: domenica 10,30-12,00/15,30-18,00
Durante le mostre temporanee anche dalle 15,30 alle 18,00 dei giorni
feriali
Ingresso gratuito
Informazioni: tel. 0121 76818 - 0121 396982 |
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m.m.p.
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Michele
Baretta racconta
Il Cristo della “Via Crucis” |
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E’ fatto abbastanza raro, almeno per quel che attiene alla
mia conoscenza, che un pittore abbia creato ben cinque “itinerari
della Croce”, ovvero cinque volte le quattordici stazioni di quella
che la tradizione della pietà chiama la “Via Crucis”. Ebbene,
Michele Baretta (Vigone 1916-1987) ha svolto questo delicato tema
cercando ogni volta di rinnovare impianti compositivi, azione
scenica dei personaggi, dimensioni, tecniche espressive, riuscendo a
penetrare nel dramma, nella dolcezza, nella spiritualità del
percorso di Gesù Cristo dal pretorio di Pilato al Monte Calvario,
dove venne crocifisso e morì.
Nel 1945 Baretta aveva studiato il volto di Gesù segnato dal dolore
nei 14 tondi della Cappella di San Bernardo a Vigone. Ormai
fatiscenti sul muro sono segnati per sempre; restano i bozzetti
esposti al Museo Diocesano a tramandarne la sintesi espressiva dei
pochi volti rappresentati. Dieci anni dopo, nel 1955, ripercorre la
strada del dolore per le stazioni della Chiesa di San Luigi IX a
Baudenasca nella immediata periferia pinerolese. E’ un racconto
ricco di suggestioni impressionistiche tra paesaggi e figure
animate; vi domina Cristo “luce del mattino”. Una pagina intensa.
Poi nel 1959 campisce le grandi pareti bianche della Parrocchiale
dedicata al santo Cottolengo nella borgata Lucento di Torino. Scene
ariose senza riferimenti paesaggistici, qualche cenno
indispensabile, le figure in grandezza naturale, essenziali e
scarne.
Nel 1961 torna nella chiesa degli Angeli al Cottolengo di Pinerolo,
dove già aveva lasciato su un muro altri momenti del Mistero
Cristiano (Incarnazione, Natività, Gesù ed i fanciulli, il Cenacolo,
la Crocifissione con Maria e Giovanni), e realizza in estensione
verticale la quarta “Via Crucis”: qui è il Cristo con la veste rossa
a dominare le varie stazioni, fino a quando, tirata a sorte, la
tunica scoprirà quel corpo livido, immacolato tra cieli infuocati,
urla, strazi, lamenti. E’ un rito che Baretta narra con drammaticità
senza enfasi. Il racconto è di alto livello artistico.
Tornerà sulla via dolorosa nel 1962 con le tavole orizzontali al
Santuario di Cantogno (Villafranca Piemonte), per un’ampiezza
maggiore del racconto, la ricchezza scenica, molte comparse attorno
ai protagonisti. Sono l’animo e la fantasia dell’artista che si
dilatano e raccontano questa storia sacra tramandata agli uomini di
ogni tempo perché comprendano la sofferenza e l’amore generoso della
donazione.
Bibl.: Mario Marchiando Pacchiola “M. Baretta, quattro momenti di un
racconto”, presentazione di Loris F. Capovilla - TLG 1999, Pinerolo |
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m.m.p.
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Ettore
Giovanni May vive nelle opere della Pinacoteca di
Pinerolo
Ragazzo
grande e sfortunato |
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Nasce a Londra per caso: è il 24 agosto 1903. Per caso,
perché Ettore Giovanni May è figlio di emigranti pinerolesi in cerca
di fortuna: il padre cameriere d’albergo (Giuseppe) e la madre (Rosa
Olimpia Gerbaudi) figlia di genitori albergatori in Pinerolo.
In Inghilterra vive i suoi primi dieci anni, poi a Pinerolo
frequenta la Scuola Tecnica fino al 1918; già nell’estate è a Torino
presso la famiglia di un professore per dipingere giocattoli, ma
l’epidemia della “spagnola” lo fa tornare a Pinerolo.
L’anno dopo a Torino si presenta a vari pittori, tra cui Rava, che
loda alcuni suoi schizzi. Anche se deve vivere in una soffitta
impregnata da esalazioni di smalti e vernici (per mantenersi lavora
ancora ad una fabbrica di giocattoli), riesce a frequentare i corsi
all’Accademia Albertina di Belle Arti, a conoscere il mondo della
pittura, ad esporre nella primavera del 1921 alla 80a Promotrice.
Nell’edizione seguente viene ancora invitato, e nel ’23 espone alla
Mostra degli “Amici dell’Arte”.
In questo arco di tempo con mano frenetica carpisce volti di donne e
di uomini in schizzi e disegni che esegue, specie a sera inoltrata,
nei caffè (Fiorio, Romano, Ligure, Vittoria, Alfieri...): tipiche
figure con barbe e baffi e bombetta, commendatori corposi, donzelle
con cappello a larga tesa, uomini seduti al tavolino intenti alla
lettura del giornale...
Al mondo un po’ frivolo, alterna a casa studi grafici a carattere
mitologico, illustrazioni acquerellate tratte dalle sue letture,
nudi femminili e maschili con esecuzione chiaroscurale a sanguigna.
Esce all’aria aperta, contempla il Po di notte e le luci dei
lampioni, si inoltra nei boschi tra le betulle, ritrae anche le
strade medioevali pinerolesi, ad olio, sul cavalletto della pittura
“en plein air”. Ma il pastello del vecchio operaio, quest’uomo
assopito, catalogato come “Il riposo” (1922), è certamente il
capolavoro del nostro ragazzo e l’opera sua più conosciuta. Questo
“vecchio” nella sua rilassatezza, nell’abbandono delle forze per un
ristoro rigeneratore, è di notevole ed eloquente interiorità: vibra
la trattazione cromatica, con qualche cenno divisionista,
soprattutto nelle “mani stanche, nervose, martoriate” (E. Zanzi,
1932).
Gli autoritratti del 1923 guardano di sbieco, tra l’arroganza, la
sfrontatezza, la cupezza di un “male di vivere” che lo porta via
appena ventenne, dopo una “intensa brevissima parabola” (I. A.
Chiusano). è l’11 ottobre del 1923. |
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Mario Marchiando Pacchiola
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Le
meridiane |
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La meridiana, come si sa, è un orologio solare,
apparentemente molto semplice ma di difficile elaborazione.
Utilizzato fin dal IV millennio a.C., la sua costruzione richiede
una precisa conoscenza astronomica; inoltre spesso, oltre alle ore,
possiamo individuare sul quadrante il calendario e i segni
zodiacali.
Ecco che all’improvviso questo piccolo spazio di muro dipinto e
violato da uno gnomone ci appare come un nodo gordiano nel quale si
intrecciano piani diversi dell’esperienza umana e della sua stessa
essenza: la razionalità e con essa la scienza, concretizzatesi nella
difficile elaborazione della meridiana, rappresentazione, in un
quadrato, del cielo in terra; la creatività con l’arte, dipinte in
quadranti di stili molto diversi, condizionati dalla personalità
dell’artista; la saggezza popolare occhieggiante
da
motti in diverse lingue, inneggianti alla vita (“En regardant l’heure
qu’il est souriez à la vie” 1 “MEMOR ULTIMAE UTERE PRAESENTI” 2) e
all’amicizia (“AMICIS QUAELIBET HORA” 3) o da inviti a non
dimenticare mai la morte che ci attende là, dopo l’ultimo istante (“VULNERANT
OMNES ULTIMA NECAT” 4). E ancora l’aspetto sociale, economico, visto
nelle persone che, nel mondo contadino, dividono la giornata tra
luce e buio, e quindi alzano gli occhi ai numeri disegnati sul muro,
per avere un’informazione supplementare ai ritmi dettati dalla
natura e dalle tradizioni.
Tante sfaccettature riunite insieme, permeate di storia, che dalla
notte dei tempi ci riporta qui ad osservare quanto ci resta di tanto
passato.
Guardiamo, un po’ con l’occhio critico dell’uomo moderno, un po’ con
l’occhio sognatore (dell’uomo moderno); nell’Alta Val Chisone ci
sono una sessantina di meridiane, delle quali più di venti soltanto
a Pragelato: ogni quadrante dipinto può essere (più o meno
arbitrariamente) inserito in un gruppo stilistico, come “stile
francese” o “occitano”, caratterizzato dalla scelta di certi tratti
grafici e dall’abbinamento dei colori; certo il gusto è stato
influenzato dalle diverse situazioni politiche che si sono succedute
nel tempo, fatti che hanno condizionato anche la scelta della lingua
usata per i motti e le sentenze: essi sono spessissimo in francese o
in patouà, poche occorrenze in italiano (a Faussimagna: “Son senza
vita, son senza moto, se il sol m’illumina l’ora fò noto”).
Leggendo queste frasi la mente dell’osservatore si stacca dalla
contemplazione dell’opera artistica per attraversare un confine,
confine tra questo mondo reale e quel mondo di ieri, lontano, per
noi un sogno che i motti rendono di volta in volta allegro, ironico,
malinconico disegnandoci sul viso un sorriso o una nostalgia. E
vediamo nei tratti del pennello l’espressione di Zerbula, quel
pittore girovago che nel 1830 percorse le Alpi occidentali fregiando
innumerevoli muri; vediamo i suoi abiti, le scarpe impolverate e la
gente del villaggio che lo accoglie e pensa “che stranezza avere una
meridiana sulla casa”, ed era un fatto distintivo e bello perchè
inizialmente queste opere erano riservate ad edifici di particolare
importanza, come le chiese, mentre in quel momento l’usanza si stava
allargando a tutti.
E da Zerbula ci proiettiamo nel passato, a coloro che non hanno
lasciato nome, soltanto un po’ di se stessi, a volte le iniziali e
la data in angoli ora corrosi dal tempo, sbiaditi, illeggibili.
O ancora, torniamo al presente, dove le meridiane tornano a nascere,
ad accompagnare il cammino del passante con altri motti, ancora in
patouà, a volte in italiano. Dove c’è una nuova attenzione per la
nostra arte in piccolo, l’arte popolare e girovaga annidata qua e là
tra le case: finalmente la rivalorizzazione e la ristrutturazione
delle orme di piedi passati. Da ricalcare. |
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Consuelo Ferrier
(Fond. G. Guiot Bourg)
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Arte
e fede |
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Domenica 21 ottobre, nel tardo pomeriggio, il Vescovo di
Pinerolo mons. Pier Giorgio Debernardi, con una solenne
concelebrazione, ha inaugurato la nuova area presbiterale della
Cattedrale di San Donato.
Dopo 500 anni la scultura, il marmo trovano nuovamente residenza
nella nostra Chiesa Cattedrale.
Ce lo ricorda la pietra tombale dell’arcivescovo Baldassarre
Bernezzo, colui che a nome dell’arcivescovo di Torino, consacrò il
San Donato. Torna “il bello, il buono, il vero” autentico, classico
e rinascimentale, rivestito di nuova luce, tradotto con il
linguaggio nostro, di contemporanei, di uomini che hanno visto,
vissuto il Concilio Vaticano II e
che
cercano di trasmettere negli anni del nuovo millennio. Torna la
bellezza dell’arte per tradurre la bontà di Dio, per rendere
visibile la verità, per consolare le donne e gli uomini del nostro
tempo.
La Costituzione liturgica “Sacrosanctum Concilium”, promulgata da
Paolo VI il 4 dicembre1963, ha dato le direttive per soluzioni
definitive, non provvisorie, non approssimative. Dopo quasi quarant’anni,
lavorando di concerto con le Soprintendenze competenti, si è
corrisposto alle attese per ottemperare alle esigenze della
liturgia e per dare un segno della cultura visiva del nostro tempo
artistico.
A Mario Rudelli, scultore milanese (1938), è stata affidata la
creazione artistica della concezione di un nuovo altare, dell’ambone
e della cattedra episcopale.
L’avvenimento inaugurale è caduto nelle settimane della XVI edizione
delle mostre su “Arte e Mistero Cristiano”.
La stessa mostra al Museo Diocesano presenta i bozzetti, gli studi
preparatori, cere e terracotte di alcune fasi. Ho potuto seguire dal
vivo il lavoro dello scultore, non nuovo in imprese del genere per
aver lavorato al Duomo di Milano e alla Cappella del Palazzo
Apostolico, pronto ad ascoltare i desideri e le aspettative della
committenza e a misurarsi con i sacri testi.
L’ho visto “costruire”, plasmare l’argilla, scolpire il marmo (rosso
veronese).
Il risultato è un inserimento armonioso e plastico sotto la volta e
l’abside dalle linee gotiche, avanti all’altare maggiore policromo
settecentesco voluto dal vescovo D’Orliè. L’arte del maestro trova
piena accoglienza per quella forma e forza classica non statica, dai
piani mossi e dai vuoti e rilievi pronunciati: l’Angelo della
Risurrezione, il sacrificio di Abele, di Abramo, quello di
Melchisedech, Cristo buon pastore, gli Apostoli.
Ricordo l’esortazione di Paolo VI che rafforza, qualora ce ne fosse
bisogno, per giustificare l’evento pinerolese: “la Chiesa ha bisogno
di santi, ma ha bisogno anche di buoni e bravi artisti: gli uni e
gli altri, santi ed artisti, sono testimoni dello spirito vivente di
Cristo”. (1967). Arte e fede. |
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Mario Marchiando Pacchiola
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I
meteoriti
Una delle tante meraviglie della Natura |
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E’ per lo meno
riduttivo chiedere al lettore se non ha mai alzato gli occhi al
cielo in una bella nottata di agosto, preferibilmente attorno ai
giorni 10 e 11; se poi qualcuno non l’ha mai fatto, non sa che cosa
si è perso .
Dato per scontato che tutti lo abbiano fatto, non resta che
chiederci in via confidenziale se i desideri espressi in quegli
attimi si sono avverati o meno.
Ma, da che cosa sono in effetti provocate quelle splendide quanto
effimere scie luminose che attraversano il cielo estivo?
La risposta è quanto mai semplice: si tratta di frammenti
(generalmente piccoli, se non addirittura microscopici) di piccoli
corpi celesti o di code di comete; solo in casi estremamente rari e
con frequenze a livello di milioni di anni possono ipotizzarsi
scontri di grandi proporzioni, come il Crater Lake nel Nord America
o Tunguska in Siberia.
Per tornare alle nostre deliziose stelle cadenti dobbiamo innanzi
tutto suddividerle in due principali categorie: le vetrose e le
metalliche. Come risulta chiaro dai termini ( in realtà quelli
scientifici sono assai più precisi ma non rendono l’idea ) abbiamo
le meteoriti costituite essenzialmente da silicati e quelle a
composizione metallica.
Nel primo e più frequente caso l’osservazione diretta del frammento
arrivato fin sulla terra dimostra una composizione fondamentalmente
vetrosa e sulla superficie si notano spesso bolle di fusione,
dovute al calore sviluppato dal tremendo attrito subito con
l’ingresso nell’atmosfera terrestre.
Nel secondo caso la composizione del frammento si presenta come una
massa metallica molto spesso purissima (nichel, ferro, iridio ecc.)
e questo spiega come ai giorni nostri sia relativamente raro
trovare meteoriti metalliche; infatti la presenza di questi
frammenti soprattutto di ferro ha caratterizzato una sistematica ed
attenta ricerca da parte dell’uomo primitivo per motivi facilmente
comprensibili.
I musei di tutto il mondo hanno, quale più e quale meno, le loro
bacheche con esposti esemplari di meteoriti, ed esistono pure
associazioni di ricercatori molto attenti ad ogni nuovo ritrovamento
che viene regolarmente registrato, classificato e comunicato agli
scienziati che si occupano del fenomeno.
Sorge a questo punto una domanda : a che serve la conoscenza delle
meteoriti ?
La risposta va nella direzione di uno dei problemi più seri della
comunità scientifica mondiale: l’origine e la composizione iniziale
dell’universo, i meccanismi basilari delle reazioni chimiche che
dopo il Big Bang hanno dato origine alle nebulose, la comparazione
tra la struttura molecolare di questi fossili dell’universo e gli
omologhi odierni, in ultima analisi la comprensione delle diversità
di temperatura, reazione e depositi dei vari composti chimici e
della loro sempre più disparata composizione.
Ecco perché, quando si parla di meteoriti, se si vuole andare oltre
alla prima impressione di stampo romantico, ci si vede aprire uno
spazio di studi e conoscenze tali da richiedere, a chi è
appassionato della natura, una dedizione che può andare ben oltre i
confini, già enormemente vasti, quali appaiono ai primi approcci.
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R. P.
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Ciro Cirri
Eclettica e fantasmagorica l'espressione artistica |
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Musicista, fotografo,
pittore, insegnante; un artista a 360°, pinerolese, vulcano di
energia e voglia di fare. Nato come musicista, essenzialmente come
strumentista, poi Ciro Cirri ha dato inizio all’avventura nel campo
delle arti visive.
Suona otto anni negli Africa Unite, poi c’è la tournèe con Madaski,
il Quintetto Architorti e come musicista classico suona nelle
orchestre sinfoniche piemontesi come Professore d’Orchestra “free
lance”. Ultimamente, in seguito alla collaborazione tra Union Civica
con le prime scuole di tango argentino e il Teatro Regio di Torino,
Ciro è primo contrabbasso nella neonata orchestra di tango
argentino. L’ultima produzione drammatica e intensa è volta alla
fotografia, alla pittura ove Cirri ha trovato spontaneo e
prorompente linguaggio espressivo. E’ un linguaggio forte, scomodo
ma sincero e significativo. La pittura, la fotografia, le
installazioni sono solo dei mezzi per esprimere un concetto, una
sofferenza, un’emozione. Nulla esiste solo come un prodotto fine ad
una pura estetica dell’immagine. Lavora molto con le sculture
fotografiche, una sorta di interazione tra fotografia, ferro,
lamine. Da sei anni ha a disposizione l’ex scuola elementare di
Miradolo, dove ha potuto realizzare moltissimi lavori d’arte e dove
può riflettere, studiare, scrivere e cercare una via per conquistare
un posto di visione ed ascolto.
A fine anno Cirri andrà a New York per portare direttamente del
materiale alle gallerie che lo hanno richiesto, ma saprà anche
presentare le proprie potenzialità artistiche ed intellettuali.
L’appuntamento e l’invito sono alla mostra che l’artista realizzerà
nel 2005. |
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Piero Toja
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A Palazzo
Vittone in permanenza
L'arte sacra contemporanea nella pinacoteca civica
Una sezione intitolata a "Giovanni XXIII e Paolo VI" |
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“C’è da sorprendere i
più increduli per come Pinerolo sia riuscita a riunire in una mostra
il ghota dell’arte religiosa contemporanea…”. Diceva così un
articolo nella terza pagina de “L’Osservatore Romano” alla quarta
edizione de “L'Arte e il Mistero Cristiano”.
Quel riunire è poi risultato un verbo permanente da quando nel 1986
venne creata a Palazzo Vittone, nell’ambito di una istituzione
civica, la Pinacoteca, una Galleria d’arte sacra intitolata a
Giovanni XXIII e Paolo VI, la risultanza di opere di pittura,
scultura e grafica donate dagli artisti invitati alle Biennali di
Pinerolo.

Nel 1991 venne presentato un primo catalogo, “Arte e religione”, con
un invito dell’Arcivescovo Loris Capovilla a “guardare alto e
lontano”- Lo stesso segretario di papa Roncalli, oltre a regalare
alcune pagine di introduzione, donava una grande tela del pittore
bergamasco Angelo Capelli con “La Pietà di Papa Giovanni” ed alcune
preziose medaglie di Giacomo Manzù.
Tra le opere più significative in scultura nella raccolta troviamo
quelle di Floriano Bodini con un tondo a rilievo su Paolo VI, quelle
di Pietro Brolis con molti disegni e bozzetti della sua celebre Via
Crucis bergamasca, Enrico Manfrini con rilievi sulla “Famiglia di
Nazareth”, Roberto Terracini con “La Vergine e il Bimbo” in
terracotta, Renzo Igne con due bellissime ceramiche, Sandro Cherchi
con la “Annunciazione” bronzea, un rilievo di Grott, bronzi e cere
di Guzzardella, milanese, due sculture sensibilissime del padovano
Giancarlo Frison, la “Presentazione” in cotto di Rudelli, Alessandro
Verdi con “I Padri del Concilio”, Luigi Aghemo con “Cristo a
Tiberiade”, il “Papa Giovanni” di Lello Scorzelli, il “Battesimo” di
Giovanni Taverna, il rilievo con “Cristo risorto”di Pericle Fazzini.
Quest’ultimo donato dal segretario di papa Montini, l’Arcivescovo
Pasquale Macchi, con varie cartelle grafiche di Dina Bellotti,
Gentilini, Trento Longaretti (presente anche con due tempere),
Silvio Consadori, Fausta Beer...
Inoltre appartengono a questa sezione d’arte sacra opere di Baretta,
di Faraoni, di Borgna, di Tolomeo. Spiccano i “Due Santi” di Luigi
Spazzapan, le due tecniche miste di Ugo Nespolo, gli oli della
genovese Cecilia Ravera Oneto, una tela con “La Buona Novella” di
Pietro Morando, vari oli di Mario Caffaro Rore, due acquerelli di
Ernesto Treccani , disegni di Proverbio, tecniche miste di Nani
Tedeschi, grafica e pittura di Dedalo Montali, di Pietro Favaro, di
Laura Maestri, di Mattana, di Nastasio, di Golia, di Natale
Bertuletti, di Buset.
Gioiello della grafica è un disegno di Felice Carena donato dalla
figlia Marzia Torossi di Venezia. Una bella ed originale raccolta è
documentata con le placchette e le medaglie di illustri artisti:
spiccano le medaglie pontificie di Manfrini, di Emilio Greco, di
Giaroli, di Calvelli, di Francesco Messina, di Minguzzi, di
Ciminaghi, di Bodini.
Molti gli artisti, moltissimi i pezzi non tutti esposti perché la
Galleria dell’ammezzato è veramente angusta. Le opere hanno bisogno
di uno spazio per respirare e per essere godute dai visitatori. Ciò
sarà possibile con l’ampliamento dell’intera pinacoteca che si
profila all’orizzonte dopo lo spostamento del liceo classico nel
palazzo dell’ex Scuola di Cavalleria. Entro quando? |
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m.m.p.
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