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Ventimiglia - Villa Hambury - Dolceacqua (IM) |
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Sulla strada per Traunstrein |
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Castellaro Lagusello |
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Alpinismo oggi |
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Gita
alle Cinque Terre (SP) |
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Cavour, la sua rocca |
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La Val Roya |
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Vita dell'Associazione |
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Viaggio a
Praga |
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Ventimiglia
- Villa Hambury - Dolceacqua (IM) |
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Erano un po’
infreddoliti i più di 50 partecipanti che alle 6,30 (ora legale
introdotta proprio quel giorno) di domenica 28 marzo si sono
ritrovati a Pinerolo in piazza Vittorio Veneto per la gita a
Ventimiglia e Dolceacqua.
Il giorno prima una bella spruzzata di neve aveva per l’ennesima
volta imbiancato le montagne e durante i tragitto la brina che si
intravedeva fuori dai finestrini del pullman non faceva presagire
nulla di buono.
Invece no, giunti a Ventimiglia e recuperata la guida turistica, il
nostro simpaticissimo socio tuttofare Giovanni Carosso, ci siamo
immediatamente recati a visitare l’interessante sito preistorico dei
” Balzi Rossi “ che molti di noi avevano studiato sui libri di
scuola, ma che pochi conoscevano direttamente.
Dopo un’occhiata al “residence” degli uomini preistorici ed al museo
adiacente, partenza per la città romana, con visita all’anfiteatro
e, in anteprima assoluta, ai resti delle terme.
Dopo pranzo tutti ai giardini di Villa Hambury estesi su una
superficie di 18 ettari attorno ad una villa antica rinnovata
nell’800 e ricchi di piante esotiche che qui hanno trovato il loro
ambiente ideale. Infine, prima del ritorno, puntatine al borgo
medioevale di Dolceacqua in occasione della: “Sagra dell’olio e
dell’oliva taggiasca di Dolceacqua”.
Inutile parlare dei numerosi assaggi e dei souvenir vari: bottiglie
e lattine di olio, olive, orchidee ecc… che i soddisfatti
partecipanti si sono portati a casa come ricordo della simpatica
giornata.
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Italia
bella
Castellaro
Lagusello |
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Quando partii, il sole appariva ancora come un’enorme palla
di fuoco, avvolta dalla bruma.
Lungo l’autostrada per Venezia, pensavo a come potesse essere uno
dei “plus beaux villages d’Italie”, secondo le guide francesi ed il
primo nella classifica dell’ANCI, Associazione Nazionale dei Comuni
Italiani.
All’altezza del lago di Garda, uscii a San Martino della Battaglia,
e presi la direzione di Pozzolengo e Solferino.
Ecco sulla sinistra, indicata la mia meta: Castellaro Lagusello.
Ho visitato per lavoro quasi tutta Europa, ma là mi fermai estasiato
ad ammirare le meraviglie di quel territorio, veramente bello!
L’assenza di interventi edilizi estranei alle caratteristiche
originarie del borgo, la quiete dell’ambiente circostante,
l’omogeneità dei materiali dei tetti e delle facciate, lo rendono un
paese veramente di grande prestigio.
Castellaro Lagusello, frazione di Monzambano, in provincia di
Mantova, sorge immerso nel verde delle dolci colline che cingono a
Sud il lago di Garda, il cosiddetto anfiteatro morenico, abitato fin
dai tempi più remoti come testimoniano i ritrovamenti archeologici,
risalenti all’età del bronzo. Paludi e torbiere, un laghetto che
ospita una fauna ittica pregiata ed un’avifauna con oltre cinquanta
specie di uccelli. In questo scenario di prati, boschetti, frutteti
e vigneti, sorge Castellaro Lagusello, circondato da una superba
cinta muraria con merlatura guelfa, un castello con torre e
bastioni, ancora abitato, la chiesa del 1526, una mostra permanente
di fauna e flora, ed infine il palazzo dei marchesi Tacoli, scelto
da Napoleone come quartier generale nella sua campagna d’Italia.
Anche il comune di Monzambano, pochi chilometri oltre, merita
d’essere visitato per il suo aspetto medievale, con mura e castello,
e la chiesa ricca di opere d’arte.
Una bella giornata, per chi ama vedere cose uniche e di pregio,
anche molto suggestive, non lontane da casa nostra.
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Aldo Bertea
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Gita alle Cinque Terre (SP) |
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Al primo appuntamento turistico del 2003, fissato per il 6
aprile con meta il mar Ligure, hanno risposto ben cinquantacinque
partecipanti.
Dopo una sveglia quasi antelucana (a causa del ripristino dell’ora
legale) si è partiti verso la riviera ligure di levante con
destinazione La Spezia, situata nella parte più interna e riparata
dell’omonimo golfo.
Un’occhiata dal lungomare alla città , che per secoli aveva
risentito di uno sviluppo molto relativo, ne ha mostrato invece
l’attuale grande espansione urbanistica, iniziata da quando fu
scelta come base militare per la Marina del regno di Sardegna (poi
d’Italia), con la costruzione dei grandi arsenali dopo il 1861.
Seguendo poi col battello la costa della penisoletta che chiude il golfo a ponente, si è raggiunto il
pittoresco abitato di Portovenere, tutto racchiuso lungo un
ristretto spazio tra il mare ed il promontorio roccioso dominato
dall’ardito edificio di una chiesa, dove i partecipanti hanno avuto
l’occasione di assistere all’arrivo di due giovani che, proprio
quel giorno e proprio lì, avevano deciso di convolare a giuste
nozze.
Il programma prevedeva poi il prosieguo dell’escursione in battello
per ammirare, in parte dal mare ed in parte da terra, le cinque
località (Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso)
che fanno parte di questo angolo di paradiso definito comunemente
“Le Cinque Terre”: centri assai pittoreschi edificati nelle varie
insenature della costa tutt’intorno scoscesa, con una successione
di case alte e strette nel poco spazio lasciato dai dirupi rocciosi,
ma con un effetto scenografico estremamente suggestivo.
Purtroppo le condizioni del mare non hanno consentito lo sbarco a
Vernazza , ma non hanno certo impedito di ammirare lo spettacolo dei
vigneti coltivati a terrazze lungo le balze della montagna,
sorretti da muri a secco che gli agricoltori locali devono
costantemente “rincalzare” contro l’erosione del terreno.
Giunti a Monterosso e riguadagnata la terraferma tutti a spasso: chi
ad ammirare le bellezze artistiche del paese ( nella chiesa di S.
Francesco vi è tra gli altri quadri una crocifissione per taluni
attribuita al Van Dyck), chi quelle naturali, chi a degustare
nei ristorantini locali un ottimo pesce oppure a fare acquisti del
famoso vino “Sciacchetrà” e, da un produttore del luogo, degli
stupendi limoni non trattati (roba d’altri tempi). |
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La Val Roya |
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Breve ma estremamente
interessante è l'itinerario che dalle montagne del Cuneese ci
porterà in Liguria, attraverso una strada che offre panorami
affascinanti in un susseguirsi ininterrotto di pascoli, pinete,
canyon, torrenti serpeggianti e paesini incastonati tra i monti. Un
itinerario da gustare km
dopo
km per giungere alla fine a Ventimiglia, che non è soltanto una
città di frontiera ma un luogo sorprendentemente ricco di storia,
oltre che naturale congiunzione tra la Riviera dei Fior e la Costa
Azzurra.
Dopo aver imboccato la S.S. 20 in direzione Colle di Tenda
s'incontra Vernante, con numerose case vivacizzate dai murales di
Pinocchio e poi Limone Piemonte, da cui iniziano i tornanti che
precedono il tunnel lungo 3 km, superato il quale comincia la Val
Roya, caratterizzata da sentieri e da una panoramica ferrovia.
La strada, che in territorio francese è la n° 204, tocca Vievola
dove in passato sostavano le carovane in transito e prosegue poi per
Tende, caratteristica cittadina addossata sul fianco del colle
sovrastato dalle rovine del castello dei conti Lascaris.
Interessante sia la visita al "Musée des Merveilles", sia
l'escursione alla Vallée des Merveilles ricca d'incisioni rupestri
(circa 36.000 figure) che qui, a Tende, ha il punto di partenza.
Qualche km ed ecco St. Dalmas de Tende; deviazione a sinistra per il
pittoresco villaggio di La Brigue da dove è possibile raggiungere
dopo 4 km, la chiesetta di Notre Dame des Fontaines. Ritornati
nuovamente sulla 204 s'incontrano le gole di Berghe, suggestive
pareti rocciose di colore viola e poi, oltrepassata la piacevole
cittadina di Fontan appare, disposto a semicerchio, il villaggio di
Saorge che nel sec. XVII era un importantissimo luogo di transito.
Saorge è veramente suggestivo visto dal basso e precede le splendide
Gorges de Saorge, altissime ed imponenti che nulla hanno da
invidiare ad altre gole più celebrate e magari più fotografate. |
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Tosca
Ferro
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Sulla strada per Traunstein
Viaggio
in Baviera |
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Ai Pinerolesi che, di preferenza nei mesi estivi, scelgono
di visitare la Baviera per raggiungere la nostra città “gemella”,
cioè Traunstein, si può suggerire – disponendo di un po’ di tempo –
un itinerario meno “diretto” ma tale da far respirare al turista
un’atmosfera quasi fiabesca: sono i luoghi che ancora oggi parlano
dell’enigmatica figura di re Ludwig II. La sua breve vita (morì a 41
anni nel lago di Starnberg) continua nelle architetture di sogno da
lui volute.
Poco lontano da Füssen, cittadina nel Sud della Baviera, sulla riva
sinistra del Lech, dove il fiume forma il vasto bacino del
Forggensee, si ergono i suoi castelli reali.
Il primo è quello di Hohen-schwangau, a lungo abitato dalla madre di
Ludwig II, sorto su progetto dello scenografo Domenico Quaglio, nel
1837. Splendidi sono gli affreschi ed i mobili, memorie della corte
bavarese e dell’amicizia del re con Richard Wagner.
Poco lontano trovasi il castello di Neuschwanstein, il più famoso. È
una enorme creazione romantica neogotica, eretta nel 1870, su
progetto dello scenografo Christian Jank. Molte sale sono come vere
scene di opere di Wagner: al terzo piano una grotta riporta
all’arrivo del cigno nel Lohengrin, alle fortezze della Turingia,
osannate dai trovatori del 1200; la sala del trono sembra una
cappella bizantina ed il salone dei cantori rimanda alla Wartburg.
Dalla camera da letto, con brocche d’oro, si spazia sui laghi, monti
e cascate. Quella visita dà forti emozioni.
Nella valletta del Lindergriess sorge il castello di Linderhof,
famoso per i suoi splendidi giardini. Fu costruito da Georg Dollmann,
a spese di Ludwig II, nel 1879 ed è pure noto come il “Trianon della
Baviera”.
Continua il viaggio nelle campagne della Baviera del Sud. Dopo un
tratto pianeggiante, è degno di una sosta il santuario “in der Wies”,
a Wies Steingaden, considerato il gioiello del rococò di tutta la
Germania.
Andando verso Garmisch, tra le rocce e le foreste appare
Berchtesgaden, e poi colline e laghetti, vere isole di pace e di
silenzio.
Alla fine, ecco un grande lago ed un altro castello, Herrenchiemsee,
fatto costruire da Ludwig II su un’isola, nelle acque del Chiemsee,
che avrebbe dovuto offuscare le grandezze di Versailles.
Poco oltre, sorge Traunstein, la cittadina gemellata con Pinerolo. |
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Aldo Bertea
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Praga,
la città d'oro |
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Il turismo ha le sue mode, e Praga ne è l’esempio più
palese. Di lei si parla, di lei si discute: bisogna vederla. Sì,
vederla al tramonto, illuminata dai raggi di un sole calante, che
giuoca con le brume della Moldava. Guardarla dal Palazzo Reale,
dalla cattedrale di S. Vito, dall’alto del Castello, che la domina
in ogni caso e tempo; guardarla dal Ponte Carlo, estatici tra le
trentuno statue, lì ai suoi lati dal 1700, in corrispondenza dei
quindici pilastri successivi, oltre le due torri; camminare tra i
suoi palazzi gotici e liberty nella “via regale”, e posare gli occhi
sui monumenti di piazza della “Città vecchia”.
Senza parlare dei suoi meravigliosi musei.
Praga ha un’armonia essenziale ed una naturale scenografia, come non
è dato di vedere ormai in quasi alcun’altra città del mondo. “Non so
- scrisse un nunzio apostolico, nel 1300 - se città come Roma,
Venezia e Firenze ed altre possano eguagliare, in bellezza, questa
perla nel cuore dell’Europa”.
Soffermarsi ad ammirare le variopinte casette del “vicolo d’oro”,
ove visse e morì Franz Kafka.
Poi c’è la Praga barocca: i palazzi, i loro ampi giardini, le
chiese, e la città stessa, lungo il fiume, abbelliti da una
statuaria numerosa ed espressiva.
I suoi sviluppi, imparentati con il mondo viennese e germanico,
hanno fatto risplendere questa “città d’oro”. I suoi conventi
testimoniano la sua cultura e pietà religiosa.
C’è molto gusto italiano.
Nelle sue vetrine, cristalli, bigiotterie, strass, granati e “pietre
dure della Moldava” fanno bella mostra ed invitano il turista a fare
acquisti.
La città vecchia, la parte piccola, la città nuova, il castello (il
potere e la gloria), le colline, la Moldava, e la Grande Praga: un
tutto a 236 m. sul livello del mare, con 1.230.000 abitanti, che
estasia il visitatore.
Si può raggiungere in aereo, da Torino, via Francoforte, oppure da
Milano, direttamente, in tre ore.
In treno, via Tarvisio, Vienna, in due giorni ed una notte di
viaggio.
In auto, via Villach, Salisburgo, Linz, Dolni, in due giorni, con
una tappa di riposo a metà strada.
E’ richiesto il passaporto, senza alcun visto speciale.
Il costo sale da mezzo milione di lire in su, a seconda delle
esigenze personali.
Però, soldi e tempo sono, per questo viaggio, spesi bene.
Praga, la città d’oro li vale. |
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Aldo Bertea
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Alpinismo oggi |
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L’ alpinista inglese
Edward Wimper, nel suo famoso libro “Scalate nelle Alpi” narra che
un giorno saliva ad un colle nei pressi del Cervino accompagnato
dalle sue guide e da un portatore, un certo Meynet e,
giunti al
colle, vide l’uomo inginocchiarsi affascinato dallo spettacolare
panorama ed esclamare, con la voce rotta dall’emozione “Oh, les
belles montagnes!”. Si noti che il Meynet era un semplice montanaro,
probabilmente analfabeta, certamente sciancato per un vecchio
incidente, eppure dotato di quella sensibilità che si trova genuina
e meravigliosa soprattutto nelle anime semplici.
Ritengo che lo spirito con cui oggi ci si avvicina alla montagna
sia purtroppo assai cambiato.
Da quasi sessant’anni sono socio del CAI e fin da bambino mio padre
e mio zio mi hanno portato in montagna facendomene conoscere gli
aspetti bellissimi e continuamente variabili ed insegnandomi ad
osservarla non solamente basandomi sul primo impatto che, di solito,
è già di per se stesso emozionante, ma facendomi apprezzare il
piccolo particolare, il filo d’erba o la fessura di una roccia, la
variazione di colore di una nuvola o l’impronta di un animale.
Chi va ancora in montagna così? Chi sa tornare da una gita,
impegnativa o banale che sia, con nel cuore la certezza di avere
acquisito una conoscenza nuova? Chi va per sentirsi parte
integrante di una natura esaltante? Ben pochi ormai!
Poco tempo fa, percorrendo un sentiero verso la Vaccera alla ricerca
di un sito preistorico, ho dovuto far ricorso ai rimasugli della mia
vecchia agilità per evitare una triade di motorastri che venivano
giù da quel sentiero a rotta di collo sollevando un polverone
pazzesco. Altro che ricerca della poesia della montagna! Per non
parlare dell’imperversare delle motoslitte sulle piste da fondo o
degli elicotteri che avanzano certamente ore di salita con le pelli
di foca ma che, sono pur sempre mossi da motori a benzina, spandono
odori nauseabondi e spaventano gli animali.
Eppure l’emozione del buon Meynet io l’ho sempre provata, sia che
sbucassi in vetta dopo una salita dura ed impegnativa quando l’età
me lo consentiva, sia quando ora percorro un tranquillo sentiero.
Quando quel simpatico brontolone di Gino Bartali diceva “Gli è
tutto sbagliato, gli è tutto da rifare!” mi veniva da ridere, ma
oggi mi sento quasi di dargli ragione .
Si va in montagna fin quando la macchina porta a pochi metri dal
Rifugio o fin quando bastano pochi minuti per giungere alla parete
attrezzata con ferramenta varie, si calzano scarpettine da ballerina
e ci si impiastriccia le mani di magnesio; peggio ancora si salta da
un elicottero all’altro per scalare in qualche minuto in meno della
precedente salita una famosa parete collegandola nel giro della
giornata con altre due o tre altrettanto famose.
Intendiamoci, io ammiro la preparazione psicofisica di chi è
all’altezza di simili prestazioni, ma mi chiedo se nel cuore di
costoro c’è posto per osservare il panorama, per stupirsi di un
cristallo, per invidiare il volo di un corvo o anche per sentire
sulle mani il tepore della roccia scaldata dal sole; penso proprio
di no.
Ed allora abbiamo il coraggio di chiamare le cose col proprio nome,
e cioè solo ed esclusivamente arrampicata sportiva, senza che
l’alpinismo vero, cioè la comunione con lo spirito della natura e
della montagna, venga travisato o peggio misconosciuto. Se qualche
lettore paziente è riuscito a leggere questo mio sfogo fino al fondo
lo ringrazio e gli auguro di riuscire sempre ad apprezzare, fin che
ne resta ancora, la bellezza della montagna. |
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Riccardo Pastore
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Cavour, la sua
rocca |
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“…un monte
artificiale, innalzato dal capriccio mostruoso d’un tiranno antico;
una specie di colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener
d’occhio tutti i feudatari della pianura, dalle rive del Po alle
rive del Sangone: Si capisce come sia stata sempre oggetto di
meraviglia, cominciando da Plinio, che scrisse di non aver mai visto
montem a montibus separatum nisi montem Caburri…”
(E. De Amicis: “Alle
Porte d’Italia” – La rocca di Cavour – Casa ed. A. Sommaruga e C.
Roma, 1884).
Un po’ di fantasia e
proviamo a immaginare Edmondo De Amicis, scrittore, poeta e
giornalista, in visita a Cavour.
Il vecchio tramvay a vapore con i balconcini far west ha lasciato il
percorso alle autocorriere. La corsa del mattino alle 8 parte ancora
dalla stazione ferroviaria carica di studenti corretti. Con loro c’è
anche un professore sui trentacinque anni che ha le sembianze un po’
di don Bosco e un po’ del garzone di campagna: sono allievi
dell’Istituto agrario, piuttosto allegri, comunque educati. Fuori
dal coro una studentessa (ma fossero tutti così!): “noi scendiamo,
lei continui pure la corsa…”
Un marocchino privo di paccottiglia scende a Gemerello: lungo il
tragitto si è raccolto nella lettura di un libretto di preghiere,
scritto in arabo; saluta persino l’autista.
Il Chiamogna ed il Pellice, quasi asciutti, offrono l’occasione ai
pochi viaggiatori rimasti di commentare i fatti del giorno. Un
allevatore sprovveduto…- l’ha registrato anche il giornale radio
regionale delle ore sette e venti – ha sotterrato porci presso il
greto del torrente Pellice. Inquinamento delle falde acquifere,
forse. L’hanno arrestato, dicono “l’han sempre fatto dalle nostre
parti, di sotterrare qualche animale, ma tanti crin parei – e
sottovoce –bastard!”
Anni fa – correva l’anno 1963 – laggiù a Castellazzo c’era una
pluriclasse delle elementari (questo è il quadretto da Libro Cuore).
Maestro era un biondino di Cavour, tale Celestino Comba. Gli
volevano tutti bene perché sapeva insegnare ed era uno che veniva
dalla campagna. Venne scelto da Mike Bongiorno quale concorrente
alla trasmissione televisiva “La fiera dei sogni”, in onda dagli
studi milanesi alla Campionaria. Celestino andò in finale, si portò
una rappresentanza dei suoi piccoli allievi e destinò i gettoni
d’oro per il completo nuovo arredo della sua scuoletta della
campagna di Gemerello. Grandi festeggiamenti per il maestro Comba,
il palco addobbato di tante bandiere, intervento di autorità e
parlamentari. Un giovane Sindaco che aveva giurato in prefettura con
il Sindaco di Villar Perosa, l’avvocato Giovanni Agnelli, tenne
l’orazione ufficiale: era il ragionier Silvio Fenoglio.
Una pigra foschia si stempera su Cavour. Scendono i pochi
viaggiatori, forse sognano di incontrare figure venerande, statisti
come Giolitti, nobili come il conte Buffa, gente alla buona che
sapeva trattare anche con gli umili. E’ simpatico immaginare Cavour
come una cartolina dei tempi andati, anche se la gente che scendeva
dalla corriera non portava polli, formaggi, frutta e verdura al
mercato del martedì come ai tempi del trenino a vapore.
De Amicis vorrebbe incontrare Fenoglio, Sindaco affidabile ed
eclettico che si intrattiene sulla piazza del Comune con i suoi
amministrati e non fa sentire il peso del fardello degli impegni e
dei problemi, delle promesse e delle aspirazioni… |
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p.c.g.
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Vita
dell'Associazione |
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CASTELLO DELLA PIETRA a VOBBIA–
CASELLA – GENOVA
Il pulman della
Cavourese, domenica 25 aprile, era pieno di gitanti speranzosi, anzi
ottimisti circa le condizioni del tempo non proprio ideali.
Comunque, accompagnati dalle nuvole, si è percorsa dapprima
l’autostrada per Genova fino ad Isola del Cantone, poi si è
imboccata una tortuosa strada resa ancor più varia da… postumi di
frane, per raggiungere l’inizio del sentiero che risalendo la
montagna attraverso un bosco portava allo spettacolare Castello
della Pietra. Si tratta di un’ ardita costruzione probabilmente del
secolo XI, eretta quasi a picco sulla strada che sale al paesino di
Vobbia nella valle del torrente omonimo, e la forza di suggestione
emanata dall’intero paesaggio valeva veramente la “scarpinata”. La
gita è quindi continuata , molto più comodamente, prendendo posto
sul caratteristico trenino panoramico che da Casella scende fino a
Genova, con un percorso che richiama i tipici trenini svizzeri
mentre affrontando |
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in 25 chilometri
tornanti sinuosi e pendenze anche del 4,5% offre
indubbie emozioni, compreso il panorama sulla parte orientale di
Genova e fino al promontorio di Portofino. E il pulman? Dirà
qualcuno. Non ci aveva abbandonati, anzi attendeva fedele in piazza
Manin il ritorno dei nostri eroi |
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per portarli sul
lungomare e permettere a ciascuno un paio di orettedi visita libera
per le vie e le bellezze della “Superba”, per tutto il 2004 capitale
europea della cultura, già meta di altri itinerari dell’A.L.C.E.
(Acquario –Euroflora). Poi tutti a casa.
F.M. P.T.
GITA A VALEGGIO SUL MINCIO E
CREMONA
A maggio, mese dei
fiori, niente di meglio che una giornata di piena immersione nello
splendore della natura. Indovinatissimo quindi il programmato
viaggio dei soci ALCE nel Mantovano con meta a Valeggio sul Mincio,
per visitare il
complesso ecologico del Parco Sigurtà, un’oasi di
vegetazione lussureggiante sorta su due colline per iniziativa
dell’industriale farmaceutico di cui porta il nome. Lungo un
percorso di strade interne di 7 chilometri si è potuto godere lo
spettacolo di piante stupende, delle specie più diverse, visitabile
in ogni stagione con la possibilità di ammirare quindi sempre
fioriture di esemplari differenti. Per i più pigri o comunque meno
“gagliardi” era prevista la possibilità di percorrere il tragitto in
trenino o con le comodissime ed ambientali “golf cars”. |
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Il programma comprendeva poi una puntata a Cremona per la visita
soprattutto al centro storico, dove i maggiori monumenti cittadini
sorgono raccolti intorno alla piazza del Comune: la Cattedrale
fondata nel 1107 con la torre campanaria (il cosiddetto Torrazzo,
alto 112 metri) |
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divenuta con la sua
mole possente il simbolo della città.
Sempre sulla piazza si affacciano il Battistero ottagonale del 1167,
il Palazzo del Comune e la Loggia dei Militi (1292) in stile gotico
lombardo. Naturalmente, come si può facilmente immaginare, dopo
l’arricchimento culturale l’interesse si è spostato sulle
ghiottonerie esposte nelle pasticcerie locali, decisamente gradite
da tutti i partecipanti, molti dei quali, forse temendo di…non
farcela sulla via del ritorno, si sono affrettati a procurarsi una
nutrita scorta di specialità locali come il torrone, la mostarda ed
altre ancora. |
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Tepee
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